domenica 8 giugno 2014

L'aragosta


L'aragosta, nome scientifico Palinurus elephas, è un crostaceo appartenente alla famiglia dei Decapodi.
Vive su fondali rocciosi fino a 100 m di profondità. Durante i mesi invernali migra verso zone più profonde.
Predilige le pareti verticali ricche di anfratti e spaccature in cui si nasconde, spesso in gruppi numerosi. E' un animale notturno, durante il giorno resta intanato all'interno di anfratti e spaccature rocciose da cui lascia sporgere solo le antenne che, eccezionalmente, possono essere lunghe anche 80 cm. 
Nonostante sia sprovvisto di chele riesce a frantumare i bivalvi e i gasteropodi di cui si nutre, all'occorrenza non disdegna nemmeno animali morti.
Può raggiungere i 55 cm di lunghezza.


giovedì 1 maggio 2014

Lo squalo elefante


E dopo lo squalo volpe, vediamo di conoscere meglio lo squalo elefante!
 
Lo squalo elefante, o cetorino, è uno dei più grandi animali marini italiani, secondo per dimensioni solo alla balenottera. Instancabile nuotatore, è capace di attraversare interi oceani per raggiungere le correnti ricche del plancton di cui si nutre.
 
Per saperne di più cliccate sotto: si tratta del rimando agli articoli pubblicati sul sito di Operazione Squalo Elefante. Troverete tantissime informazioni utili!
 

domenica 23 marzo 2014

Nuovi inquilini in Mediterraneo

 
 
Specie tropicali che arrivano, specie d'acqua fredda che se ne vanno. Nel Mar Mediterraneo la biodiversità sta mutando e la causa principale è il cambiamento climatico che riscalda le acque. A spiegarlo il biologo marino Ferdinando Boero, dell'università del Salento, nel convegno 'Gestione sostenibile del Mare Mediterraneo', organizzato a Roma dall'Accademia dei Lincei per la Giornata mondiale dell'acqua.
Nel Mediterraneo, a causa del riscaldamento, si registrano due fenomeni: ''la meridionalizzazione, cioè lo spostamento delle specie verso Nord, e la tropicalizzazione, cioè l'insediamento di specie tropicali che formano popolazioni importanti e sono competitivamente superiori alle specie preesistenti, che in acque più calde si trovano in condizioni sfavorevoli'', ha detto Boero.
A portare nuovi inquilini nel Mare Nostrum sono anche le navi, che ''trasferiscono circa 10-12 miliardi di tonnellate di acqua di zavorra in tutto il mondo ogni anno, insieme a migliaia di specie marine'', ha osservato Andrea Cogliolo, deputy general manager della Rina Services. ''In qualsiasi momento da 3.000 a 4.500 specie diverse sono presenti nelle acque di zavorra; la stragrande maggioranza non sopravvive al viaggio, ma alcune possono trovare condizioni favorevoli e diventare invasive, modificando interi ecosistemi''.
Proprio le navi, secondo Boero, hanno portato nell'Adriatico una specie di medusa finora sconosciuta, appartenente al genere Pelagia, che prenderà il nome del biologo marino croato Adam Benovic scomparso 2 anni fa. A cambiare la biodiversità, non solo nel Mediterraneo, è poi la pesca insostenibile. ''Con un eccesso di pesca abbiamo tolto i pesci grandi dal mare, e ora peschiamo i pesci più piccoli per farne mangime per l'itticoltura. La natura non ama il vuoto, che è stato riempito dalle meduse'', ha osservato Boero. In pratica ''siamo passati da un mare di pesci a un mare di meduse''.
 
Fonte: www.ansa.it

domenica 2 marzo 2014

La predazione del cavalluccio marino

 
 
La singolare forma della testa a cui il cavalluccio marino deve il suo nome comune, si è evoluta per permettergli di avvicinarsi alla preda senza farsi scoprire. A spiegarlo è uno studio pubblicato su “Nature Communications” condotto da tre ricercatori dell'Università del Texas ad Austin.

I cavallucci marini, come altri membri della famiglia dei signatidi, quali i pesci ago e i dragoni di mare, si nutrono di copepodi, minuscoli crostacei presenti nel plancton. Per riuscire a cacciarli hanno però dovuto superare un grosso problema: i cavallucci marini sono nuotatori molto lenti, mentre i copepodi sono in grado di muoversi molto rapidamente quando devono fuggire. A complicare la cosa c'è poi il fatto che i cavallucci marini catturano la preda combinando due azioni: una rapida rotazione della testa verso l'alto, resa più agevole dalla forma a S del corpo, e un'aspirazione che risucchia la preda nella bocca.
Questa tecnica però è efficace solo su distanze molto ravvicinate, sia per la limitata estensione del collo dell'animale, sia per il limitato raggio d'azione dell'aspirazione. I cavallucci marini, insomma, sono costretti ad avvicinarsi notevolmente alla preda per sperare di impadronirsene. E come facesse un nuotatore così lento a portare a termine questa manovra di avvicinamento ha sempre lasciato perplessi i biologi.

Brad Gemmell e colleghi hanno risolto l'enigma utilizzando una tecnica di olografia digitale in linea che ha permesso di catturare immagini in 3D della testa del cavalluccio marino e successivamente di rilevare il movimento dell'acqua circostante.

Hanno
così scoperto che mentre il cavalluccio marino si avvicina alla preda, l' acqua intorno al suo muso si muove pochissimo: un fattore essenziale per la riuscita della caccia, dato che i copepodi sono particolarmente sensibili ai segnali idrodinamici, a cui sono in grado di rispondere, se insospettiti, nel giro di 2-4 millisecondi.

Eseguendo le stesse rilevazioni sui pesci ago, parenti stretti dei cavallucci marini, ma con una conformazione del capo differente, I ricercatori hanno ottenuto la conferma che è proprio la forma della testa a creare una regione idrodinamicamente silenziosa davanti al cavalluccio marino.
 
 E sotto il link per vedere il video della predazione del cavalluccio
 
 
Fonte: www.lescienze.it

sabato 18 gennaio 2014

L'inaspettata efficienza locomotoria delle meduse

 
Contrariamente a quanto creduto, il sistema di propulsione di questi celenterati sfrutta i vortici che il loro movimento crea nell'acqua per abbattere i costi energetici di spostamento. Il risparmio di risorse così ottenuto è investito nella crescita e nella riproduzione, rendendo le meduse molto competitive rispetto ai pesci.
 
i ricercatori hanno esaminato la medusa quadrifoglio (Aurelia aurita) valutandone i costi energetici di spostamento e mettendoli a confronto con quelli di svariate altre specie, dai cefalopodi ai pesci passando per i crostacei. Da questa analisi è risultato che, una volta tenuto conto delle differenze fra i tassi metabolici delle diverse specie, le meduse, contrariamente a quanto pensato, usano uno dei metodi di propulsione energeticamente più efficienti del mondo animale che consente loro di raggiungere un costo di trasporto (misurato in joule per chilogrammo per metro) inferiore a quello degli altri animali.
Queste prestazioni sono rese possibili da un meccanismo unico di ricattura passiva dell'energia. Grazie a una serie di tecniche di visualizzazione dei moti dell'acqua
messi a punto di recente e calcoli di fluidodinamica computazionale, i ricercatori hanno valutato che la formazione di vortici ad anello sotto l'ombrello (come è chiamata la caratteristica struttura a sacco delle meduse) durante la fase di allargamento che precede la fase di spinta, permette all'animale di migliorare del 48 per cento il costo dello spostamento. Questo si traduce in una richiesta energetica inferiore, che permette di liberare risorse utili a raggiungere grandi dimensioni, che a loro volta permettono di entrare in contatto con un maggior numero di prede, e alla riproduzione.
 
Sotto trovate il link del video che spiega il sistema di propulsione

La scoperta, osservano i ricercatori, potrà avere interessanti ricadute per la progettazione di dispositivi subacquei che richiedano una propulsione dai bassi consumi energetici.
 
 

martedì 26 novembre 2013

La margherita di mare


Siamo in pieno autunno... il mare va un po' in letargo.. ma le margherite di mare continuano a colorare i nostri fondali.
Vediamo di saperne qualcosa di più!
Il nome scientifico della margherita di mare è Parazoanthus axinellae. E' un celeterato coloniale privo di proprio scheletro, costituito da singoli individui, per lo più molto ravvicinati fra loro e collegati da un cenenchima basale incrostante. Ogni polipo è formato da una base che ingloba granuli di sabbia o scleriti calcarei, e da una parte apicale, colonnare e retrattile. Bocca circondata da 24-36 lunghi tentacoli lisci e sottili. Colorazione tipica giallo intenso, a volte con sfumature arancioni.
Può raggiungere un diametro di 5 mm e un'altezza di 10 - 15 mm di altezza.
 
Nella stessa colonia convivono individui sia di sesso maschile che di sesso femminile. Si riproduce all'inizio della primavera.
Predilige principalmente fondali rocciosi o substrati duri rappresentati anche da altri organismi in zone poco illuminate da pochi metri fino a oltre 100 metri.
 
Il Parazoanthus presenta una particolare molecola la Zoathoxanthina, in grado di donargli il suo colore e una sorta di bioluminescenza

mercoledì 30 ottobre 2013

Immersione sui relitti

 
 
Perché un post sui relitti nella sezione dedicata alla Biologia Marina?
 
Lo spunto per questo post nasce da una notizia che è uscita qualche tempo fa relativamente alla messa in posa di barriere sommerse nell'Amp di Portofino.
Lo scopo delle barriere sommerse è quello di favorire il ripopolamento ittico; barriere analoghe sono già presenti anche nell'Amp delle Cinque Terre e sono servite anche come sistema anti intrusione delle reti a strascico ed illegali.
 
I relitti, esattamente come le barriere sommerse, diventano molto rapidamente dei reef artificiali richiamando vita e fornendo un habitat ideale alla vita in un "deserto" di sabbia.
 
I relitti si trasformano in rifugio e zona di caccia per pesci, rappresentano un fondo duro sul quale forme di vita bentoniche (gorgonie, anemoni, spirografi per esempio) riescono ad ancorarsi e proliferare anche grazie al gioco di correnti che si può creare intorno al relitto stesso.